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Chiamate, vi prego, il mondo la valle del fare anima. Allora scoprirete a che serve il mondo!”

John Keats

tempio

Spiritual Bypassing 

Dall'incontro tra tradizioni spirituali orientali e pratica psicologica occidentale, pochi concetti hanno suscitato un intenso dibattito quanto quello dello “Spiritual Bypassing”. Coniato da John Welwood alla metà degli anni Ottanta (1984), questo concetto identifica una dinamica paradossale: l'impiego delle pratiche spirituali come meccanismo sofisticato di evitamento.


John Welwood (1943-2019), che ho già menzionato in queste pagine, è stato uno psicoterapeuta e insegnante buddista americano, figura pionieristica che ha tentato un’integrazione tra psicoterapia e pratica spirituale. Il termine Spiritual Bypassing nacque dalla sua diretta esperienza nel contesto clinico e comunitario in cui operava. Come scrive lui stesso: "Spiritual bypassing is a term I coined to describe a process I saw happening in the Buddhist community I was in, and also in myself". Come racconta in un'intervista pubblicata sulla rivista Tricycle (“Human Nature, Buddha Nature” - 2011), Welwood osservò ripetutamente nella comunità buddista alcuni praticanti utilizzare concetti o pratiche in modo “compensatorio”: c’è chi pratica il non-attaccamento come pretesto per evitare quella sensazione di vulnerabilità che l'intimità richiede, chi interpreta ogni manifestazione di ira come segno di mancanza di illuminazione, chi utilizza la propria pratica spirituale per alimentare un senso di superiorità morale rispetto agli altri, chi cerca la “purezza” nelle pratiche spirituali per disconnettersi dalle sensazioni fisiche e dai bisogni corporali. Ma, ammonisce, c’è il rovescio della medaglia:"One might, for example, try to practice non-attachment by dismissing one's need for love, but this only drives the need underground…". 

 

Ovvero, quegli stessi principi che si propongono di indicare la via verso la libertà si trasformano in strumenti per sospingere certi vissuti nell’Ombra, da dove continuano ad agire in modo inconscio e potenzialmente dannoso. 

welwood

La rimozione mascherata da trascendenza non porta alla pace che promette, ma crea le condizioni per la nascita di conflitti interni pronti a manifestarsi, a volte, in maniera inaspettata ed incontrollata. 

 

Welwood articolò questa intuizione nei suoi scritti, in particolare in “Toward a Psychology of Awakening: Buddhism, Psychotherapy and the Path of Personal and Spiritual Transformation” (1996). In quest'opera, egli inquadra il fenomeno come uno dei principali pericoli a cui si espone chi, per fuggire da una vita scomoda, si rifugia in una trascendenza a volte esotica. 


La definizione proposta da Welwood rimane fondamentale: “Spiritual Bypassing è la tendenza a utilizzare idee e pratiche spirituali per aggirare o evitare di affrontare questioni emotive irrisolte, ferite psicologiche e compiti evolutivi incompleti”. Elemento cruciale in questa formulazione è il concetto di bypassing: non si tratta semplicemente di trascurare la dimensione psicologica, ma di utilizzarla strategicamente come strumento di fuga mascherata da elevazione morale. Welwood insisteva molto sul pericolo intrinseco di queste strategie: quando le emozioni vengono represse invece che integrate, tendono a riemergere in forme più subdole e distruttive, sabotando proprio quella quiete che il praticante ambisce raggiungere: Carl Gustav Jung docet.


Se John Welwood ha introdotto il concetto, Robert Augustus Masters, autore praticamente sconosciuto qui da noi, ha contribuito a sistematizzarlo. Nel 2010 pubblicò Spiritual Bypassing: When Spirituality Disconnects Us from What Really Matters, testo che può considerarsi il primo manuale completo dedicato all'argomento. Masters ampliò la comprensione del fenomeno introducendo la distinzione tra quelli che potremmo definire stati spirituali temporanei (esperienze di picco o momenti di presenza fugaci) e stati consolidati (caratteristiche stabili dell'essere). Lo Spiritual Bypassing tenderebbe a sovrapporre questi due piani, prendendo esperienze momentanee come prove del raggiungimento stabile di un qualche stato trascendente. Ma questo autoinganno non è altro che una fuga, pericolosa, dall'impegno necessario nella vita ordinaria. Per questo Masters, come prima di lui Welwood ed ancor prima Jung, sottolinea che il vero progresso spirituale non si misura dalla frequenza delle esperienze trascendentali ma dalla capacità di restare presenti alla pienezza, spesso scomoda, dell'esperienza umana quotidiana. Egli propose un approccio terapeutico integrato che, pur riconoscendo la legittimità della ricerca spirituale, incoraggia il confronto onesto con le parti che riteniamo scomode. Il suo lavoro include la riattivazione della consapevolezza somatica, il riconoscimento e l'espressione appropriata delle emozioni che ci creano disagio, l'analisi critica dei vari sistemi spirituali, lo sviluppo di relazioni autentiche che tengano conto della complessità emotiva. 

strada

Altro contributo importante è quello di Ken Wilber, filosofo e teorico della coscienza Wilber introduce un’ulteriore distinzione fondamentale per inquadrare meglio la questione dello Spiritual Bypassing: la differenza tra growing up (crescere) e waking up (svegliarsi). I concetti di growing up e waking up rappresentano due dimensioni distinte ma complementari dello sviluppo umano, entrambe essenziali per una visione olistica della coscienza. Sinteticamente, growing up si riferisce allo sviluppo dell’essere umano attraverso livelli crescenti di complessità cognitiva, psicologica e morale; waking up si riferisce invece agli stati di coscienza transitori o stabili che trascendono l'ordinario senso di sé (siamo nel dominio dello sviluppo spirituale) 
Wilber osservò che un individuo può sperimentare avanzamenti significativi in una delle due aree di sviluppo, per esempio gli stati meditativi, senza progressi significativi in altri piani (come ad esempio quello cognitivo, etico o emotivo): ovvero un praticante potrebbe avere accesso a stati contemplativi profondi mantenendo però strutture egoiche immature. La percezione soggettiva di realizzazione può coesistere quindi con deficit relazionali ed emotivi importanti che minano la qualità reale dell'esistenza stessa, creando condizioni ideali per lo Spiritual Bypassing. Questo squilibrio genera quello che Wilber chiama "premature transcendence" ("trascendenza prematura"). Anche per Wilber si cresce solo “integralmente”, lavorando armoniosamente su tutti gli aspetti del nostro essere simultaneamente.


Ulteriore contributo degno di nota è quello di Pema Chödrön, monaca buddista americana nota per i suoi scritti sul Dharma ed altra voce autorevole nel dialogo tra Buddhismo e psicologia occidentale. Anche lei ha evidenziato come attraverso le pratiche spirituali si possa cadere nelle trappole evidenziate da Welwood. Nel suo libro “Se il mondo ti crolla addosso” Pema Chödrön insegna ad abitare il disagio senza fuggire. La sua esortazione “stay with it” è il suo antidoto allo Spiritual Bypassing: rimanere presenti a ciò che ci crea disagio senza tentare fughe mistiche che, pur offrendo un certo sollievo momentaneo, lasciano intatto il nocciolo del problema. Le esperienze allora acquistano una valenza differente: la paura diventa una soglia da oltrepassare, la compassione qualcosa da rivolgere in primis verso sé stessi e la propria umanità imperfetta, il perdono una pratica radicale di accettazione che supera la divisione tra spirituale e materiale. 

 

Un approccio che rifugge ogni idealizzazione dello spirituale, a cui fanno eco le parole dell’autore Eckhart Tolle: ”nella consapevolezza, permetti a te stesso di sentire tutto ciò che senti; non reprimi nulla”. 


La vera presenza (awareness) non è mai evitamento.